Cultura Ragusa 18/01/2017 09:40 Notizia letta: 2280 volte

L'ultimo bazar, in via del Mercato, a Ibla

Cosa vende? Non è semplice
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Ragusa - Non fa parte del circuito turistico eppure è uno dei luoghi più frequentati di Ragusa Ibla: tutti lo considerano da sempre un’istituzione, il negozio delle soluzioni alle piccole necessità quotidiane o ai comuni problemi domestici.
Si varca la soglia dell’”Ultimo bazar” in via del Mercato e si rimane un po’ perplessi, cercando una risposta alla più ovvia delle domande: cosa vende? Non è semplice: ci sono mobili, elettrodomestici, pezzi d’idraulica, formine per i biscotti ma anche cappelli da uomo, fiori finti, prodotti di cosmetica e chissà quanto altro. Il signor Giuseppe Blanco, camice grigio, occhi vispi e sorriso aperto, ascolta attento, sparisce dietro uno scaffale per qualche secondo, ed esaudisce la richiesta del cliente di turno. Su questo particolare scambio di domanda e offerta, in cui il cliente non esce meno soddisfatto del negoziante che ha trovato la soluzione al problema, da centosettantanni si articola la storia di questo posto, noto a tutti col nome del suo fondatore, Salvatore Ottaviano, il cui ritratto troneggia dietro il bancone. Il signor Blanco ne è proprietario da circa un decennio ma la sua storia in questo posto è iniziata ben prima: come ci confermano gli sguardi d’intesa col sign. ‘Nzinu Ottaviano, ormai in pensione ma ancora spesso in negozio, e come ci annunciano subito alcuni clienti: “Peppino qui è nato”!

Da quanto tempo vi lavora e come è cambiato il negozio nel corso degli anni?
Sono qui da cinquantadue anni: ne avevo sette quando, seguendo mio fratello, venni per la prima volta. Salvatore Ottaviano, che all’inizio costruiva carretti, aveva fondato il negozio in via Orfanotrofio, poi si era trasferito in via Conte Cabrera, poi in Piazza Duomo e infine qui. Mio fratello andò via, io restai: avevo tredici anni e ancora i pantaloncini corti quando cominciai a lavorare con loro! Eravamo solo noi tre: padre, figlio e io, che di fatto ero come un figlio adottivo. All’epoca si vendevano petrolio, vasi di terracotta, pezzi di carretti, lumi, falci ma anche il caglio per fare la ricotta, la potassa per il sapone, i ferri da stiro a carbone e le bombole del gas. Per consegnarle mi giravo tutta Ibla, dalla stazione fino a Santa Maria della Scale, prima con una carriola, poi con una sorta di rimorchio, poi con la bici, poi con le prime macchine.

Com’è cambiata Ibla?
Completamente: quarant’anni fa c’erano circa 25.000 abitanti, oggi saranno appena 5.000. Il quartiere degli Archi ad esempio aveva tantissime botteghe, sia di generi alimentari che di artigiani come fabbri, falegnami, imbianchini. Ormai sono spariti tutti e alcuni quartieri sono completamente abbandonati, come ad esempio via Velardo: circa trent’anni fa cadde un masso in strada e il Comune, data l’inagibilità, mandò la gente nelle case popolari in attesa che si facessero dei lavori ma nessuno è più tornato. Un’inversione di tendenza c’è stata con la legge su Ibla e con l’Università: tante case sono state riaperte. Il turismo è, nonostante i numerosi disservizi, ormai una realtà importante.

Come è cambiata invece l’organizzazione del negozio?
Continuiamo a lavorare sempre nello stesso modo ma è anche vero che oggi la burocrazia rende tutto più complicato: un tempo tutti potevano vendere tutto, oggi servono permessi per qualsiasi cosa. Per rispettarli quindi ci siamo dovuti adattare ai tempi e oggi è tutto computerizzato e contabilizzato. Nel passato invece non si faceva neanche l’inventario, c’erano troppe cose e non serviva averne uno! Anche i rapporti umani erano diversi, ci si fidava: pensi che ad esempio spesso se dovevamo portare dei soldi in banca ed eravamo troppo occupati per lasciare il negozio, se ne metteva un pugno in un sacchettino e, senza neanche contarli, si chiedeva al cliente che sapevamo sarebbe andato in quella direzione, la cortesia di depositarlo per noi.

Su questo negozio circola anche la leggenda di una “truatura”, come nacque?
È solo una storia che la gente ama raccontare ma completamente priva di verità: una notte a Salvatore Ottaviano apparve in sogno che ci fossero delle monete d’oro sepolte nel suo terreno e che, grazie all’aiuto di un amico, fosse riuscito a trovarle. Non avendo dato nulla all’amico che lo aveva aiutato nello scavo, quando questi morì si abbatté una sorta di maledizione: se voleva che la gente continuasse ad andare nel suo negozio, questo doveva essere sempre in disordine e soprattutto sempre aperto. Quando il proprietario si ritirò ebbe un malore, che passò solo quando tornò nel suo negozio. In realtà tutta questa storia non ha alcun fondamento ma è facile capire come sia nata: lavoravamo tantissimo quindi il negozio si espanse ed è vero che Ottaviano andava spesso in campagna ma a raccogliere arance non certo monete d’oro! Chiaramente, come capita a chiunque abbia passato la vita a lavorare, quando ci si ferma ci si sente male. Mia figlia Silvia (che lavora con lui, nda), lo dice sempre: se non mi trova a casa sa che sono qui in negozio. D’altronde c’è sempre qualcosa da fare!

Come mai oggi, nell’era dei supermercati che vendono di tutto, la gente continua a venire da voi?
(Risponde la figlia Silvia): viene il cliente che cerca un contatto umano, come può essere un consiglio. Inoltre mio padre dà dei servizi che nessun supermercato potrebbe mai dare e non mi riferisco solo all’assistenza: la gente sa che non potrebbe trovare da nessuna parte qualcuno che si dia così tanto da fare per loro e che abbia così tanti prodotti. Sanno che risolverà ogni eventuale problema ma soprattutto si fidano di lui.

La Sicilia

Anna Terranova
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