Cultura Ragusa 22/02/2017 09:39 Notizia letta: 2138 volte

Borse, Dimartino, i sellai

Il signore delle borse a Ragusa
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Ragusa - I negozi sono in centro: fino a qualche anno fa era una certezza. I negozi chiamano gente, il centro si anima chiamando altra gente che passeggia e spende e il cerchio si chiude positivamente. A Ragusa qualcosa è cambiato: la città si è spostata. Non tutti però l’hanno seguita, ci sono commercianti che di quel centro città ne hanno fatto anche quello della propria vita e che tuttora lì resistono, premiati dalla clientela che continua a sceglierli: il signore delle borse a Ragusa, oggi come negli ultimi 64 anni, è Giuseppe Dimartino, commerciante con lo spirito dell’artigiano, come dimostrano le forbici affilatissime, con cui già suo nonno tagliava il cuoio, ancora sul bancone.

Da cosa è nata la sua passione per la pelletteria?
A Ragusa tutti ci conoscono come “Dimartino i sellai”: mio nonno, mio padre nonché i suoi cinque fratelli hanno sempre lavorato le pelli. Quando queste scarseggiarono per la guerra, mio padre cominciò a fare zoccoli per le ragazze (le scarpe erano troppo care) e scatole che la gente usava per spedire cibo o oggetti ai soldati. Ha però sempre continuato a fare borse da ufficio. La bottega era in Corso Italia, al numero 116, in affitto nel palazzo che era del Commendatore Luigi Lupis, molto vicino a Filippo Pennavaria. Non avevamo un contratto ma ci si fidava reciprocamente: rifiutò di vendere ad altri perché ci lavoravamo noi e ci concesse la “carretteria” sul retro per espandere l’attività. Abitavamo nei paraggi, mio padre accettava di pagare di più pur di stare vicino al negozio, dove d’altronde passava tutta la giornata. Mi ricordo ancora quando bombardarono la Croce Rossa, che era poco distante, e fummo costretti a scappare in campagna per un po’.

Nonostante la tradizione di famiglia, lei non ha mai lavorato le pelli?
Quando tornai dal servizio militare a 21 anni, nel 1952, avevo ben chiaro di non voler fare quel lavoro: mio padre era troppo buono e i contadini con cui lavorava spesso se ne approfittavano, non rispettavano i patti e cercavano sempre di fare i furbi. Io volevo fare altro, aprire un negozio di pelletteria a Roma. I miei genitori non potevano ma quando decisi di trasferirmi in Venezuela, per non farmi partire, si convinsero a farmi vendere borse lì dove mio padre continuava a lavorare e dove io facevo solo piccole cose, come riparare le serrature delle valigie o realizzare i cinturini degli orologi. A me interessavano le vendite, era mio padre l’artigiano ma riusciva a fare solo una borsa al giorno quindi cominciai a comprarle fuori e a rivenderle. Mi piaceva girare l’Italia per conoscere le migliori ditte e prendere accordi.

Com’è cresciuto il negozio?
Il negozio andava molto bene, negli anni ’60 avevo fatto un grosso investimento per la vetrina (chiamando il miglior ebanista della città), e avevamo sempre più prodotti di grandi firme: queste pretendevano uno spazio espositivo e un locale all’altezza. Aprire in via Roma era sempre stato il mio sogno, era considerato il salotto della città: ora è frequentata solo dagli anziani ma prima era sempre affollatissima di gente che passeggiava e si fermava nei negozi. Così intorno al 1975, con mio fratello Carlo, più giovane di undici anni, aprimmo un secondo negozio, “Pelletteria Dimartino dei F.lli Giuseppe e Carlo”. In quello del Corso Italia restammo fino al 1982, quando ci spostammo in questo nuovo poco più alto sulla stessa strada, al numero 169: all’apertura i clienti erano preoccupati che, in un negozio così moderno, avremmo aumentato i prezzi e invece si dovettero presto ricredere e fu un successone.

Come ha fatto a rimanere sempre aggiornato sulle ultime tendenze in una città che non rientra nel circuito modaiolo di altre più grandi?
Mi sono sempre aggiornato e ho girato molto, sapevo riconoscere i materiali e la qualità: ho sempre preteso di toccare il prodotto prima di acquistarlo! Ogni anni andavo al MIPEL di Milano, il Mercato internazionale della pelletteria, dove mi è capitato di fare accordi con aziende che fino ad allora avevano escluso la Sicilia perché “troppo protestata”, così dicevano. Spesso entravo in contatto con le ditte senza l’intermediazione del rappresentante, riuscendo così a ottenere un prezzo migliore e quindi a farne poi uno più basso ai clienti. A un certo punto mi resi conto che molte aziende, poiché il quantitativo era troppo basso e non valeva le spese della trasferta, non mandavano a Ragusa i rappresentanti, che si fermavano a Catania. Cominciai a contattarli e a chieder loro di farmi sapere in quale albergo alloggiassero: chiudevo il negozio e mi mettevo in macchina, la sera stessa avevo già gli ultimi campionari tra le mani e la merce mi arrivava in negozio in anticipo perfino sui negozi di Catania! È capitato anche il contrario, ovvero che nuove aziende con cui entravo in contatto non si fidassero: alcuni rappresentati che mi conoscevano da tempo hanno garantito per me, dichiarandosi pronti a pagare di tasca propria se non avessi rispettato gli accordi.

Come sono cambiate Ragusa e la clientela nel corso degli anni?
Il centro si è svuotato, molti negozi hanno chiuso: i monomarca non possono funzionare in una città così piccola e nei centri commerciali, dove molti hanno preferito spostarsi, gli affitti altissimi li hanno invece soffocati.
La clientela è cambiata molto, prima si fidavano ciecamente del commerciante, ora si credono tutti più furbi e quindi anche noi siamo stati costretti a irrigidirci un po’. Non ho mai pestato i piedi a nessuno e ho sempre creduto nel rispetto reciproco, sia con la concorrenza che con i miei collaboratori: la signorina Elvira è qui da 24 anni, la signora Concetta lo è stata per 45 anni e ci siamo sempre dati del “lei”. Per il negozio abbiamo sempre creduto nella qualità, magari di diverse fasce di prezzo ma sempre alta: d’altronde se vuoi farti un nome non c’è niente da fare, devi essere bravo.

La Sicilia

Anna Terranova
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